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A RINO RINALDI DA TUTTI NOI

Postato il 10 Giugno 2010 da lddc

Il 6 giugno è scomparso il presidente della FIDC di Salerno.

Uomo di lettere e politico lungimirante seppe unire Cultura e Caccia legandole alla Società civile. Lui, Vincenzo Rago e quel giorno al Corriere della Sera…

“Noi, insieme, a dirTi grazie.
Ed ascoltare il tuo silenzio”

Da domenica 6 giugno Carmine (Rino) Rinaldi racconta in silenzio le vicende della sua Salerno.
Hanno la feroce crudeltà del ricordo e l’infinita tristezza della nostalgia. Il dolore dell’amicizia a cui ogni incontro è breve e la consapevolezza gelida d’un diario che finisce. Per sempre.
Lo ha chiuso proprio nel giorno del Corpus Domini, la festa di Cristo e dei fiori, dopo lunghi mesi di tormento quando anche la voce era più sottile della speranza che l’aggrappava alla vita. A noi restano tante pagine bianche per la memoria d’un uomo sereno innamorato davvero della sua terra, di suo figlio Guglielmo, della moglie Giuditta Rossi, della politica, della caccia, di un universo in cui ogni giorno s’incamminava convinto di dover contribuire a farlo migliore.
Lo conobbi tanti, tanti anni fa e fu Fausto Prosperini neo presidente nazionale FIdC a propiziare l’incontro. Il progetto era di unire Caccia e Cultura aprendola alla Società civile e farlo conoscere alla Gente. Poche le parole di Fausto concluse con un “vi capirete”. E fu profeta. Come accadde anche tante altre volte.
Alcuni giorni dopo ero a Salerno per un libro fatto stampare da Rino, tutti lo chiamavano affettuosamente così, Assessore provinciale all’Agricoltura, alla Caccia,al Personale, alla Formazione ed a tante altre cose che significavano lavorare per la Gente.
Raccontava una vicenda che pareva antica ed era dietro l’angolo. Diceva di un ingegnere, Alfredo Ricci, anche lui innamorato della sua terra tanto da volerne bonificare gran parte, al principio del Novecento, per restituirla al sole. Fu il primo passo d’un cammino lungo in cui ci furono compagni Antonio Micelli dinamico figlio del grande Carlo, il coinvolgente Vincenzo Rago presidente del Gruppo cinofilo salernitano, Franco Casabuori ed alcuni altri. Su tutti la sapiente attenzione dell’allora presidente della Provincia Alfonso Andria e la continuità nella memoria del grande giornalista Gianni Isita.
Furono tempi di impegno e di traguardi raggiunti. Con fatica. Perché Rino voleva di più e meglio.
Sempre e per la sua Gente tantoché fuor dalla politica fu, prima di diventar funzionario regionale, dirigente del diritto allo studio e significa, in altre parole, aiutare i giovani a diventar migliori. Fu allora che prese vita il bellissimo affresco scritto dal dottor Alfredo De Vecchi. “Nila ed altre storie di caccia”. Erano, sono, preziosi racconti dell’anima scritti da un grande medico-cacciatore e che Rino Rinaldi volle regalare alla Gente per far conoscere la non comune sensibilità di un’opera letteraria ispirata dalla vita sportiva. E tanti gliene furono grati. Poi fu la volta di “Salerno e le sue storie di caccia”. Un lungo viaggio dai Borboni all’attualità cogliendo il frutto della memoria senza sciuparne il fiore. Erano - sono - parole e volti che Rino Rinaldi volle, insieme a me, regalare alla Gente che ne era o ne era stata protagonista nei padri e negli avi. Racconta le vicende di Salerno e dei suoi cacciatori e sono tanti intarsi di un mosaico - nient’altro che questo è la storia - di persone e ciascuno dice della vita dei suoi tempi e vi scopri il filo conduttore d’un affetto profondo per la propria terra. Parallelamente continuava l’impegno in convegni, incontri, manifestazioni, progetti e propositi.
Come tutti gli oratori autentici - e lui lo era - conosceva il fascino della scrittura riuscendo a tradurlo nella magia delle parole. Lo diceva accompagnando la voce con un sorriso tenue che pareva dar luce alla sguardo.
Mi parlava ad ogni occasione della “sua” Salerno, ed avvenne anche quando capitò a Milano, d’improvviso, in segreto, con Vincenzo Rago e fu felice d’un lungo incontro con Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della Sera a cui non disse niente di sé, ed il grande giornalista ne rimase stupito, ma parlò della sua gente come un innamorato autentico.
Amava tutto di Salerno, della sua Pellezzano in cui era nato e che lo aveva voluto sindaco, con un sentimento profondo e semisegreto. Come lo sono soltanto gli amori veri.
Amava la caccia con un trasporto esclusivo e tenace tanto da esser riuscito ad avvicinarla alla politica evitando che fosse viceversa.
Amava gli amici veri a cui chiedeva il conforto di un consiglio solo dopo aver dato la sincerità del suo affetto.
Laureato in lettere e filosofia viveva nella contraddizione di creder nella logica e nel sentimento insieme convinto che l’una senza l’altro fossero poco più di niente. Me lo diceva con quel suo parlare semplice che chiamava a testimone la verità delle cose. Come il vivere di ogni giorno. E questo dal 14 marzo 1951.al 6 giugno ultimo scorso, festa del Corpo di Cristo.
Rodolfo Grassi

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1 Commenti Per Questo Post

  1. Marco ha scritto:

    IL “PRESIDENTE” ci mankerà e con lui tutti i suoi insegnamenti… UN VERO ED AFFETTUOSO SALUTO da uno dei suoi guardiacaccia

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HOLLAND & HOLLAND

Ho staccato dal cielo
una stella in volo
decidendo di sacrificare
per cibo
note piumate
di un pentagramma azzurro
Ho reso loro omaggio
colorando le mani
di sangue non mio
e custodito lantico rispetto
per una vita che muore
Complice
lo sguardo del cane
ad interrompere il tempo
stampato sulla preda
su uno specchio brinato
Senza perdono
senza vergogna
a celebrare in grotta la dignità degli alberi
che sono la schiena di un bosco
Sempre col vino
sempre col fuoco
spina tra petali di rosa
sofferenza e sogno
per un delitto
che profuma di pane
(Enrico Diddi) 

LA FIERA DI CHIESINA UZZANESE

Arrivano all'albore i più accaniti
con le scarpe guazzose e infreddoliti,
con il pacco pesante in una mano,
sussurrando che vengon da lontano.
Attaccano le gabbie in un baleno,
ponendovi di dietro un po' di fieno
e le fissan lassù con la stacchina.
Tutto il paese è in piedi stamattina.

Come le piante in giorni senza vento
stanno mute se odono un racconto
e lo frusciano poi nei dì seguenti,
quando bora le piega tra i lamenti;
così la gente, mani nelle tasche,
guarda in alto cantare tra le frasche,
per seguire gli uccelli ad uno ad uno
e par che non ci sia proprio nessuno.

Appena un merlo lustro ed impettito,
appeso al chiodo e subito partito,
stacca la voce senza alcun difetto,
scansa ripetizioni, e il verso netto
alza le note all'erre, e fischia svelto,
come fa il sonatore ad un concerto;
un brivido sega il fiato dei presenti,
e fa gelare il sangue a tutti quanti.

Or la comunità sciama contenta:
fa capannello allombra di una pianta,
saccalca fra le tende di un banchetto,
sincanta per provare uno ziletto,
commenta i premi con semplicità,
brinda alla fiera e a quella che verrà.
Listante di magia dura un mattino,
rimane dentro, è questo il suo destino.

Carlo Giuliano Magrini



mitologia romana

Diana

Diana era una figura della mitologia romana, dea della caccia e della luna, custode delle fonti e dei torrenti e protettrice degli animali selvatici.

Figlia di Giove e Latona Diana era adorata nei boschi e nei luoghi selvaggi, si narra fosse una bella ragazza, con una passione sfrenata per la caccia, apportatrice della fresca rugiada e della pioggia ristoratrice, proteggeva i viandanti nelle ore notturne e si prendeva cura di monti e foreste in compagnia delle Ninfe Silvane.

In Arte viene spesso raffigurata con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea, ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti semplici quasi a sottolineare una natura dinamica se non addirittura androgina, la cui grazia femminile del corpo contrasta decisamente con l’aspetto fiero e quasi virile del viso.

Con una splendida immagine Dante la identifica in uno dei due occhi del cielo, la Luna.