CAMPAGNA TESSERAMENTO FIDC 2009-2010: LE CONSIDERAZIONI DI PAOLO VIEZZI, PRESIDENTE REGIONALE DELLA FIDC FRIULI VENEZIA GIULIA
Postato il 23 Luglio 2009 da DdC
Come riceviamo così pubblichiamo alcune considerazioni di Paolo Viezzi, Presidente Regionale Federcaccia del Friuli Venzia Giulia, su quanto sta accadendo relativamente al manifesto utilizzato da Federcaccia per il tesseramento 2009-2010.
“Leggo con rabbia i commenti e le considerazioni apparse sui maggiori organi d’informazione sulla fotografia che Federcaccia ha, quest’anno, utilizzato come immagine di sé.
Un piccolo bimbo con lo sguardo infinito, adagiato sulla paglia, soffia un richiamo di legno, rivolto all’idea di un incontro fantastico.
Accanto a lui, leggermente sfocato, un fucile distratto ed inerme.
Tutto ciò è per la politica sopraffine “una cosa grave e molto brutta” (Mussolini), “ignobile e vergognosa” (Bonelli) “un’immagine scioccante” (Serafini), “di pessimo gusto” (Carlucci) che fa pensare “alla tragedia dei bimbi soldato” (Della Seta).
Io sono un cacciatore e sono anche padre di due bimbe di pochi anni, non mi vergogno di quello che sono ed alle mie figlie trasmetto la cultura della terra, della vita e della morte.
Hemingway si dissetò di caccia raccontando le suo emozioni fino a raccogliere il premio Nobel e nessuno pensò di definirlo di pessimo gusto; Faulkner impresse l’immagine della caccia negli occhi di un bambino di tredici anni e con lui raccolse il premio Nobel. Nessuno ebbe l’ardire di apostrofarlo “ignobile e vergognoso”. Rigoni Stern, compianto da tutti, intellettuali, politici, giornalisti scrisse quasi soltanto di caccia e nessuno ebbe mai il coraggio di scolpire la sua storia come “cosa grave e brutta”. Mocchiutti, straordinario pittore del novecento accompagnò suo nonno “bracconiere” nelle notti e nei campi friulani è lì plasmo la sua sensibilità e la sua arte con le precise forme delle civette, delle lepri dei fucili e dei colpi nello scuro. Nessuno ha mai creduto che le sue opere dovessero essere bruciate nei roghi dell’inquisizione del terzo millennio.
I cacciatori come i pescatori, gli uccellatori, gli agricoltori, gli allevatori, i cinofili e gli uomini legati alla terra, hanno tutti in comune, unitamente alla consapevolezza delle proprie passioni, il bisogno della natura e la necessità imprescindibile di preservare il territorio perché dello stesso sono i primi ed autentici fruitori. Negli ultimi anni, purtroppo hanno anche in comune le difficoltà per una società stravolta, una società dove il tempo non si conta più con la cadenza delle stagioni ma con le aperture di borsa ed i suoi listini, in cui gli odori non sono più quelli dei campi, ma quelli che si acquistano in profumeria, in cui la terra non è più quella madre che ci nutre ma ciò che sporca le strade e le mani.
La globalizzazione, il reddito pro capite, il PIL, il Mibtel stanno diventando il nostro unico orizzonte confinato dell’angusta geometria di uno spazio televisivo o in un sottile monitor infilato nei canali della comunicazione planetaria.
L’ambiente, il territorio e la fauna non sono più elementi del reale contesto in cui si vive, bensì l’astratta immagine di un dogma con il quale riempire il contenitore di un’apparente coscienza ambientale.
Di questa realtà si preferisce dunque conservare la fotografia di ‘un’illusione, l’improbabile alibi di un parco o giardino, piuttosto che confrontarsi con la reale necessità di una reale mediazione fra sviluppo e territorio, così come, in malsana coerenza, si privilegia l’umanizzazione degli animali piuttosto che tutelare il portato di tradizioni, culture e modi di essere di intere comunità d’individui.
Nella deriva di un diffuso pensiero critico sulla caccia e nella semplificazione concettuale della morale collettiva, la politica non ha saputo farsi guida (ad eccezione dell’encomiabile Senatore Orsi), abbandonandosi invece, a risposte emotive, ipocrite, contraddittorie e disarticolate.
Si è giunti all’assurdo per cui picchiare un cane si fa comportamento gravissimo (delitto) punibile non diversamente che se fosse stato picchiato un uomo, ma proprio quello stesso cane non può frequentare una spiaggia o entrare in un ristorante, perché i suoi escrementi, nel primo caso o il suo odore nel secondo, sono di quelli di una bestia in tutelabile e sgradita.
Si è giunti a considerare illegale la detenzione degli uccelli in gabbie non abbastanza grandi e sufficientemente condizionate”, ma un pollaio nel cortile di una casa di paese è un “pericolo” che va debellato perché anche in quel caso gli odori e la mota sono diventati un’intollerabile puzza per la società dell’igienismo ed il canto del gallo un disturbo per la quiete del cittadino globalizzato.
La cultura contadina, il vivere paesano, così come la caccia, la pesca, l’agricoltura, gli animali e la terra sono componenti, nel loro essere reale, sempre più distanti dalla “società consumistica” e sempre più distorte nella ricostruzione iconoclastica dell’immaginario collettivo.
Il pollo non è ciò che vive e razzola nelle aie, bensì quel prodotto rosa incelofanato che si trova nelle scansie di un negozio di passeggio. E’ così che il cane non è più un animale che abbaia ed uccide le prede nel rimando genetico della volpe e del lupo, bensì il suo simulacro, quello che assume, -nella più folle delle rappresentazioni - languidi interroganti occhi di bimbo.
Il cacciatore non è più colui che conscio ed insieme partecipe di quel dramma che è la vita e la morte (che peraltro riguarda ogni specie ogni giorno) insegue una propria emozione complessa ma naturale ed antica, bensì un deplorevole cittadino che con prepotenza si appropria del patrimonio pubblico e per sollazzo spara a tutto ciò che si muove.
In questo disordine culturale, chiunque abbia avuto un pensiero, dal più sciocco al più intelligente, ha avuto spazio mediatico per esprimerlo senza alcun pudure e quel che è peggio senza che nessuno, giornalista o lettore, si sia scandalizzato di quanto veniva scritto o mostrato.
Ricordo anni fa una manifestazione di ambientalisti contro la decisione della Regione Piemonte di autorizzare l’abbattimento di alcune centinaia di caprioli, manifestazione ripresa da tutti gli organi di stampa e televisivi in modo ossessivo e sottolineato.
Chi li voleva adottare, chi li voleva spostare in altre regioni, chi voleva introdurre dei predatori naturali per impedire ai cacciatori di ucciderli, chi riteneva di lasciarli lì, statuine utili al giardino delle ipocrisie.
Ebbene di quella manifestazione mi ha colpito in modo particolare un cartello sul quale c’era scritto “cacciatori sparatevi fra di voi”, e quel cartello mi ha fatto tornare alla memoria una frase detta da un signora di Pordenone intervenuta telefonicamente ad una trasmissione di Telefriuli che rivolgendosi al sottoscritto disse “le auguro di poter sparare ai suoi figli” e quella frase mi ha ricordato le azioni delittuose di alcuni personaggi disturbati che hanno messo a fuoco e ripetutamente danneggiato un ristorante responsabile solo di chiamarsi “al cacciatore” e quelle azioni mi hanno ricordato altre vicende ed altri reati..
Non si scopre certo ora che la nostra società sta subendo una deriva pericolosa, nella quale l’educazione, la cultura e la sensibilità lasciano sempre più di frequente il passo al rancore, alla violenza, alla demagogia populista ed alla profonda ignoranza ma devo osservare che nei confronti della caccia, o meglio nei confronti degli uomini che praticano la caccia, sempre meno sono le persone che cercano di costruire degli argini di normalità.
Il valore della vita di un animale è nell’immaginario collettivo un valore più grande della vita di un uomo al punto da rivendicare la sopravvivenza di un capriolo augurando la morte di un individuo.
Qualcuno potrebbe opinare che i casi appena citati siano estremi gesti che non rappresentano la voce ambientalista o quella della società civile, ma allora, se così fosse, perché nessuno li ha stigmatizzati, condannati ed espulsi dalla scena pubblica ? perché tutti i giornali hanno consentito che quelle immagini e quelle frasi fossero ripetutamente esposte ed impresse nell’immaginario collettivo ?
Nessuno si è scandalizzato, nessuno si è sentito offeso e nessuno si è sentito violato nella sua sensibilità.
Che pochi, poi, ricordino che la caccia è stata la vita di personaggi riconosciuti univocalmente come straordinari oltre che patrimonio dell’umanità è cosa evidente ed in fondo ineluttabile, data la trascuratezza culturale nella quale sta cadendo la società; che poche persone abbiano mantenuto capacità critica ed equilibrio nell’affrontare le vicende che accadono è cosa ancora più evidente; ma che nel pensare diffuso si sia giunti a sostenere con favore azioni rilevanti da un punto di vista penale e quindi cariche di evidente disvalore sociale anche da parte di soggetti investiti di cariche pubbliche, è deriva assolutamente intollerabile.
Bisogna comprendere e farsi ragione consapevole, da parte di tutti, politici, intellettuali, amministratori o semplici cittadini che il non reagire o il mantenere indifferenza di fronte a tanta assurdità, anche se si discute di un argomento all’apparenza marginale come la caccia, significa consentire l’apertura di una ferita indelebile nello scudo sociale rappresentato dai valori fondanti il vivere democratico, civile e culturale del nostro paese.
Quella ferita oggi è talmente viva e sanguinolenta da consentire ad un autorevole esponente invitato in una trasmissione televisiva a diffusione nazionale, di affermare, senza pudore alcuno e nell’insensibilità generale (colloquiando di uno dei tanti conflitti esistenti nel mondo) che “il numero dei morti non è e non è mai stato un argomento politico”.
Ora se è questo ciò che noi cacciatori dobbiamo affrontare, se è questo odio, questa stupidità e questa irrazionalità (in fondo pericolosa per tutti) il nostro attuale contraddittore sociale, allora abbiamo il dovere di scandalizzarci, abbiamo il dovere civico di difendere la nostra passione e di difendere il nostro modo di viverla poiché è anche uno dei modi possibile che abbiamo per difendere i valori fondanti il vivere democratico, civile e culturale del nostro paese.
La foto di un bambino sereno con accanto un fucile è solo la foto di un bambino sereno.
L’immagine dei bambini soldato sono, invece, una tragedia reale che qualche politico ha usato contro la caccia senza, in realtà nulla fare per loro.
Questo è drammatico e di questo dobbiamo arrabbiarci“.


















24 Luglio 2009 alle 12:42
Non sono un cacciatore e debbo dire d’aver trovato questo sito nella ricerca di punto di vista diverso da quello scontato dell’apparente opinione pubblica; per capire meglio.
Come molti, ho considerato la caccia sempre con sensazioni negative, ma sono rimasto molto sorpreso nel leggere le parole del sig.Viezzi.
Il pregiudizio purtroppo ci fa credere di poter raggiungere la verità quando al contrario, soprattutto nell’inconsapevolezza, ci spinge verso la non conoscenza.
Oggi posso pensare che quella foto sia veramente la fotografia di un bambino sereno e che tutte le polemiche sollevate trovino ragione non in quello che si doveva vedere, bensì in quello che si voleva distruggere.
La politica ha fatto ancora una volta una brutta figura ed anche un certo giornalismo frettoloso e di parte.
24 Luglio 2009 alle 14:03
Non si può che condivire quanto scritto dall’avv. Viezzi.
Nel tempo libero, ho sempre portato mio figlio a caccia, ed oggi che ha 18 anni, divide la domenica tra l’impegno sportivo del gioco del calcio e l’uscita a caccia assieme al padre ed alla sua squadra di amici cacciatori.
Sono convinto, che è anche questa la forma giusta per crescere i nostri figli e mantenere i valori e le tradizioni rurali in cui siamo cresciuti.
Infine, complimenti all’ avv. Viezzi per la trasmissione di “Telefriuli” di ieri sera (22.07.2009), non sola da parte mia, ma anche a nome di tutti i soci della sezione F.I.d.C. e della riserva di caccia di Bagnaria Arsa.
Paolo, non mollare, sei l’unico in grado di rappresentarci nel modo migliore e proporre le modifiche all’attuale situazione.
In bocca al lupo, noi saremmo sempre al tuo fianco.
25 Luglio 2009 alle 11:41
Bravo Paolo,
uomini come te sanno far rifiorire in noi l’orgoglio di essere quelli che siamo, portatori e profondi conoscitori dei veri valori della vita, della terra, della ruralità, della natura.
Stimolando anche in chi non ci conosce abbastanza il desiderio di avvicinarsi a modi di pensare diversi, diversi dagli stereotipi comuni, dalle strumentalizzazioni, dai valori della cultura metropolitana.
Quanto a me oggi mi sento orgoglioso come non mai di essere Federcacciatore.
25 Luglio 2009 alle 14:54
bravo Viezzi orgogliosi di essere cacciatori
mandi
27 Luglio 2009 alle 14:58
Bravo Clinton.
28 Luglio 2009 alle 09:32
La nostra è una società estremamente contraddittoria e per alcuni versi ipocrita. L’articolo di Paolo Viezzi ha giustamente sintetizzato alcune delle incoerenze più evidenti: i cani che sono considerati alla stregua degli uomini quando ciò è utile ad un’idea o ad una posizione; fastidio inacettabile in una spiaggia, o per strada se ciò è utile alle stesse persone ma per un’altra idea o posizione.
L’educazione è ciò che manca, a tutti i livelli, manca l’educazione politica, l’educazione civica, l’educazione sociale.
Credo che persone come il presidente Viezzi, o come Alex Guzzi, o Livera (che hanno scritto anch’essi cose molto interessanti) siano molto utili al mondo venatorio ed in particolare a Federcaccia, sanno raccontare la nostra passione, le nostre ragioni e la nostra importanza con capacità e con cuore.
Bravi
2 Agosto 2009 alle 15:05
E’ possibile che con un economia in forte recessione. gli atc vt 1 / grosseto 7 8 9 ecc ecc, raddoppiano il costo per i caccaiatori non residenti. ricordatevi la regione sardegna per le barche dei ricchi (panfili) ha perso la causa al tar essendo italiani tutti devono pagare uguale.sig.presidente federcaccia. i sidacati dei cacciatori a che servono. grazie anticipatamente dei provvedimenti che lei si sentira in dovere di prendere. claudio Roma
4 Agosto 2009 alle 14:35
Premetto che ho visto il manifesto solo dai programmi televisivi. Ammetto che a prima vista non ho intuito il messaggio che l’immagine del “bambino cacciatore” voleva comunicare, forse è stato questo a generare in me una sensazione negativa.
Altre persone, vedi mia moglie, hanno immediatamente afferrato il senso, onore la merito!.
Quindi la mia prima considerazione è andata al pubblicitario che ha proposto il manifesto: so che questa categoria professionale, al fine di raggiungere l’obiettivo, percorre strategie a volte poco comprensibili per i non addetti ai lavori.
Neppure questo mi ha offerto una giustificazione a quell’immagine.
Sono rimasto con il dubbio di una pubblicità sbagliata. Ed è questo lo spirito che mi ha guidato nella lettura degli articoli e dei commenti apparsi sul blog.
Se da un lato il contenuto di questi, ha consolidato in me la consapevolezza dello spirito che anima e che deve animare il mondo della caccia, dall’altro non mi ha dipanato alcuni interrogativi:
- l’immagine del “bambino cacciatore” ha reso un servizio positivo o viceversa negativo alla Federcaccia?
- La passione ha forse fatto perdere di mira l’obiettivo a chi è intervenuto a difesa del manifesto?
In conclusione, anche se in modo meno radicale rispetto a prima della lettura, rimango solidale con le affermazioni del presidente della Fondazione Pubblicitaria Progresso Alberto Contri.
4 Agosto 2009 alle 16:47
X Sandro Ceccone
Premetto che anche io come quel bambino del manifesto ho iniziato ad andare a caccia fino dall’età di 7 anni, dietro il mio Papà che non c’è più, ma che non mi stancherò mai di ringraziare per avermi trasmesso questa passione.
Mio Padre – e lo dico non perché fosse mio Padre – era un uomo tutto di un pezzo che, inutile dire amava la caccia, che riteneva una attività da condurre con rispetto e grande riconoscenza verso la natura che ci permette di praticare questa meravigliosa attività.
Io, naturalmente, la penso come lui e credo che questo sia stato possibile in primo luogo perché fin da piccolo ho avuto la possibilità di avere un esempio che mi ha fatto crescere responsabile e consapevole di quanto sia bello andare a caccia, ma anche di quanto sia importante fare di tutto per mantenere inalterate le condizioni che permettono a tutti i cacciatori di continuare ad andarci anche in futuro. Questo, forse, senza mio Padre non lo avrei mai capito così a fondo e sono contento dell’educazione che mi ha trasmesso un cacciatore.
Quindi credo che il manifesto della FIDC sia una bellissima immagine di un bambino felice di vivere questa esperienza, piena di tante novità e di fortissime emozioni, che anche quel fucile che ha accanto gli trasmette di sicuro.
Un bambino che mai immaginerebbe quel fucile come un mezzo di offesa, ma che sognerà di poter stringere nei suoi sogni fino al giorno in cui, cresciuto, potrà andare a caccia. Quel fucile – ritenuto così tanto diseducativo – non animerà mai nei suoi occhi e nei suoi pensieri quella cupidigia o quella malizia o qualsiasi altro cattivo proposito, come è stato paventato dagli ignoranti, ma solo la speranza che i giorni volino fino al momento in cui avrà anche lui la licenza per andare a caccia con quello stesso fucile che tante volte a visto nelle mani di suo padre.
Vorrei sapere cosa c’è di male in tutto questo da provocare una tale levata di scudi in difesa di un bambino che, invece, è felice ed ha in mente principi sani.
E poi da chi proviene la predica?
Beh la predica proviene in massima parte proprio da quella società che i bambini li ammazza prima di nascere o li butta nei cassonetti o li addestra alla malavita, perché gli fa comodo così, oppure da quella fetta di ben pensanti che dei bambini si disinteressa lasciandoli per strada in balia di un mondo senza regole, senza famiglia, senza valori e senza tradizioni, in cui il modello da emulare è quasi sempre un personaggio privo di moralità e narciso all’eccesso, per il quale vivere significa andare a letto alle 4 del mattino dopo aver provato l’ennesima notte di sballo da alcool e droga, o peggio reduce di un branco di annoiati, che decide di passare il tempo ammazzando un barbone, incendiando auto e motorini, gettando sassi da un cavalcavia sulle auto o violentando la vittima di turno.
Senza tralasciare quale bel servizio viene spesso reso alla società da una informazione ignorante e distorta, che lo scoop quando non c’è lo inventa ed sempre a caccia di eccessi, di scandali, di gossip, di linciaggi mediatici.
Questa sarebbe la società da cui dovremmo accettare certe critiche e che ci punta il dito dicendo che dovremmo essere noi a doverci vergognare. Il Principe della risata avrebbe detto “Ma mi faccia il piacere… mi faccia…”
Premesso tutto questo, anche io ho dovuto criticare il manifesto, ma non per quel che raffigura quell’immagine così sincera e vera, ma perché oggi l’essere veri e sinceri non paga, quindi – e mi ripugna dirlo – si deve fare finta di essere diversi e ci si deve affidare al truccatore di turno, cioè ad un esperto di comunicazione, che sapendo tutto quello che ci siamo detti, ci consiglia su come sia più opportuno fare passare certi messaggi.
Lei a questo punto mi dirà che dopo tante belle parole mi sto contraddicendo e io le dico: è una vera schifezza, ma Alberto Contri, nella sua qualità di esperto di comunicazione, in fondo, ha ragione, perché una società ipocrita deve essere servita come tale.