Il declino del long bow
Postato il 10 Novembre 2008 da lddc
Il re d’Inghilterra, osservando l’efficacia degli arcieri gallesi, intuì che questo arco poteva essere diffuso tra le milizie inglesi in alternativa alla balestra. In Inghilterra, che nel mondo del XIII secolo era un territorio marginale e con una economia rurale, non si erano formate in quantità adeguata le maestranze specializzate per la produzione di buone balestre che oltre tutto erano armi di costo abbastanza elevato.
Una soluzione alternativa
L’arco lungo era più accessibile per le classi popolari che fornivano i tiratori a condizione che venisse curato in modo assiduo l’addestramento dato che, per essere efficaci in guerra, questi archi dovevano avere un carico di trazione medio di cento libbre.
Divenuto un’arma tipica degli inglesi risultò determinante in alcune vittorie contro gli scozzesi e in altre battaglie in Francia nella prima fase della Guerra dei Cento Anni. Rimasto sempre in grande stima nella memoria collettiva il long bow ha avuto negli ultimi decenni un revival da parte degli specialisti anglosassoni. A seguito del recupero dei reperti sul relitto della nave Mary Rose la storia del long bow è stata magnificata in tutta la sua gloria con un’attenzione non scevra da intenti di tipo nazionalistico. Tante e tali sono le lodi dedicate all’arco lungo che la rinuncia a quest’arma, avvenuta nel corso del XVI secolo, appare quasi una inspiegabile pazzia o l’adeguamento irrazionale ad una moda estera. In realtà, visto in una luce più obiettiva, il long bow è, come quasi ogni altra cosa, una sintesi di pro e di contro.
La sua età gloriosa fu relativamente breve nel tempo, dal tardo Duecento agli inizi del Quattrocento. È degno di nota che fu l’unico caso nella storia in cui un arco semplice in solo legno assunse una rilevante importanza strategica. Le cause del suo abbandono non sono misteriose e possono riferirsi ad almeno tre categorie di analisi.
Le cause militari
Gli strepitosi successi del long bow inglese ebbero luogo in scenari di battaglia molto peculiari.
Al nord contro gli eserciti scozzesi che pur non essendo affatto sprovveduti e malmessi come certa cinematografia recente li ha voluti presentare per ragioni di sceneggiatura, erano però rimasti ancorati a tattiche da Età del Ferro: fanti con lunghe lance e spade, pochi cavalieri con armatura completa, pochi arcieri. Avanzavano in masse compatte irte di lance, spaventosi a vedersi, ma obiettivo ideale per fitte grandinate di frecce. Se si disperdevano per offrire meno bersaglio divenivano preda facile per le cariche dei cavalieri inglesi.
Al sud gli eserciti del re di Francia, con una magnifica e numerosa cavalleria, balestrieri genovesi e milizie feudali appiedate. Nonostante l’apparente potenza il limite di questo esercito era la mancanza di coordinamento tra le varie armi, le gelosie patologiche tra i nobili e il loro disprezzo per le valutazioni tattiche e la logistica.
Anche qui, alla fine, tutto si risolveva in un grande assalto frontale senza neanche curarsi delle condizioni del terreno.
A questi avversari il re d’Inghilterra oppose più che un’arma una tattica fondata su un’arma: se il nemico conta su un grande assalto io apposterò una gran trappola con molti arcieri intervallati da gruppi di cavalieri appiedati, magari su un terreno rialzato con davanti prati acquitrinosi (tanto i nemici non ne terranno conto). Saranno così decimati dalle frecce e quando arriveranno a contatto stremati saranno facilmente respinti.
Alla fine i miei cavalieri, ancora relativamente freschi, monteranno in sella e li metteranno in rotta come un gregge.
I limiti
di una tattica
Per incrementare al massimo l’effetto, la proporzione di arcieri negli eserciti inglesi fu portata ai limiti del possibile, la fanteria con picche e alabarde quasi scomparve, rendendo gli eserciti inglesi poco efficaci nell’assalto e poco resistenti in difesa. Confidando troppo in una tattica specifica questo esercito si era irrigidito e reso vulnerabile. L’ultimo grande successo internazionale fu la famosa battaglia di Azincourt (1415) celebrata da Shakespeare. Quando su quel campo Enrico V ordinò di tagliare la gola a migliaia di prigionieri francesi, quasi tutti nobili e cavalieri, senza rendersene conto eliminò l’élite dominante che costringeva i francesi a combattere in modo assurdo e spianò la strada a nuovi condottieri che ragionavano prima di sguainare la spada. Così gli eserciti inglesi andarono incontro a sconfitte e massacri ad Orléans, Patay, Formigny e Castillon, attaccati di sorpresa, aggirati sul fianco e bersagliati a loro volta da arcieri, balestrieri e cannoni. Un gioco troppe volte ripetuto si era rivolto contro il giocatore. Nel 1453 il re d’Inghilterra rinunciò di fatto alla corona di Francia e quella guerra finì. Ma sul continente gli uomini con i long bow subirono un altro grave scacco. Arruolatisi in gran numero come mercenari del duca di Borgogna, Carlo il Temerario, furono massacrati dagli svizzeri nelle battaglie di Morat e di Nancy (1477). Alla fine del quattrocento la fama internazionale dell’arco inglese era ormai molto offuscata.
Le cause logistiche
La produzione di enormi quantitativi di archi lunghi, nell’ordine di decine di migliaia all’anno, richiedeva un rifornimento di doghe di alta qualità in numero corrispondente. Oggi è accertato da documentazioni d’archivio e dai reperti archeologici che gli archi da guerra erano esclusivamente in tasso, un piccolo albero a crescita lenta reperibile solo in particolari ecosistemi.
Altri legni erano utilizzati per archi d’allenamento. La quantità di buon tasso reperibile in Inghilterra era scarsa anche perchè il clima, con estati umide, causava negli alberi di tasso la formazione di legno poco compatto.
Già nel secolo XIII gli inglesi iniziarono a importare doghe di tasso dal nord della Spagna (Galizia, Asturie). Causa la rottura delle buone relazioni col re di Castiglia alla fine del trecento, gli inglesi dovettero trovare altre aree di rifornimento. Si rivolsero principalmente all’area alpina, attraverso la Germania e in seguito anche via Venezia. Altro tasso era raccolto in Norvegia e in Polonia.
Ma anche qui le risorse non erano infinite. Semplicemente i ritmi di crescita e riproduzione del povero tasso non potevano sostenere un prelievo così massiccio.
Di anno in anno risultava sempre più difficile per i boscaioli accumulare il numero richiesto di doghe. E per la nota legge della domanda e dell’offerta i prezzi aumentavano considerevolmente. Verso gli inizi del cinquecento gli inglesi iniziarono ad avere il sentore che le loro forze armate contavano troppo su una risorsa estera destinata a non essere più disponibile in quantità adeguata.
Le cause sociali
Come si è detto l’alto carico di trazione dell’arco lungo da guerra richiedeva un addestramento assiduo, possibilmente iniziato fino dall’adolescenza da parte di un gran numero di praticanti. Il serbatoio che forniva arcieri al re e ai baroni era costituito essenzialmente dai contadini inglesi che in un Paese prevalentemente rurale e con una aristocrazia di costumi frugali erano riusciti a mantenere a lungo condizioni di vita e di lavoro che consentivano di procurarsi e mantenersi a proprie spese arco e frecce e dedicare il tempo necessario al loro maneggio.
Per chi eccelleva poi nel tiro con l’arco vi era la possibilità di essere ingaggiato permanentemente al servizio di un grande nobile e di migliorare il proprio status.
Quest’ultima era una soluzione ottimale per quei fratelli che non ereditavano le proprietà ed i diritti del padre, riservati per costume ad uno solo dei figli, ma nel corso del quattrocento i nobili inglesi tesero a sostituire contratti di affitto in denaro alle vecchie prestazioni di tipo feudale (servizi lavorativi) e ad espandere l’allevamento di pecore per produrre lana da esportare, riducendo i coltivi.
Entrambe le azioni peggiorarono la vita ai contadini inglesi.
Trasformazioni
inesorabili
Nel 1504 Enrico VII proibì ai nobili di assoldare eserciti privati limitando così lo stimolo alla pratica del tiro. Suo figlio Enrico VIII, pur essendo egli stesso un appassionato arciere, inferse indirettamente un altro colpo mortale.
Nel 1535, a seguito della riforma religiosa, decise di confiscare tutti i beni immobili della Chiesa cattolica. La Chiesa possedeva una quantità enorme di terreni agricoli che fino ad allora aveva gestito con criterio non imprenditoriale, ma finalizzato a mantenersi un diffuso consenso tra la gente umile.
Una volta confiscate dalla monarchia queste terre furono rivendute a coloro che disponevano largamente di denaro, ovvero ricchi mercanti e nobili che erano intenzionati a far rendere al massimo l’investimento. Per le famiglie contadine questo significò meno campi disponibili e affitti alle stelle. Nei decenni successivi sorte analoga toccò alle cosiddette “terre incolte”, cioè foreste e paludi, aree tradizionalmente riservate alla raccolta di legna, foraggio, frutti spontanei, giunchi. Furono anch’esse confiscate e privatizzate, le loro risorse divennero accessibili solo pagandole col denaro. Così mentre le città inglesi si riempivano di contadini impoveriti migrati dalle campagne l’età d’oro del long bow si avviava al tramonto.
Su questi argomenti:
- Holger Riesch, Yew Exploitation and long bow Trade in the 16th Century, Journal of the Society of Archer-Antiquaries, Volume 39, 1996.
- Costantini Claudio, Le monarchie assolute, Storia universale dei popoli e delle civiltà, volume X, Utet, Torino 1984.
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