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Recupero animale ferito

CRONACA DI UN RECUPERO. L’EMOZIONE DI RITROVARE UN BENE CREDUTO PERDUTO PER SEMPRE

Riceviamo e pubblichiamo.

Da cacciatore amante della natura e delle sue regole ho sempre ritenuto che l’attività di recupero degli ungulati feriti rappresenti un’importante componente della pratica venatoria che aiuta il cacciatore ad assolvere un dovere morale e che svolge una precisa funzione di tipo gestionale e conservativa.

In particolar modo oggi questa pratica assume un aspetto morale in quanto il cacciatore rivendica una collocazione nella società come “tecnico” che gestisce, con rigore scientifico ed etico, il patrimonio “selvaggina”, che costituisce per legge, un bene di tutti i cittadini.

Di questi principi sono stato sempre convinto, ma francamente non ho mai avuto la precisa percezione e non ho mai colto il profondo significato di un’azione di recupero di un ungulato ferito fino a quando non mi è capitato di vivere direttamente questa esperienza.

Giovedì 21 settembre scorso, al tramonto, mi trovavo sul mio appostamento sulle colline di Spello per prelevare un maschio adulto di capriolo e cooperare così con gli altri membri del Distretto a completare il piano assegnato dall’ATC per il mantenimento dell’equilibrio della specie per la stagione 2017/2018.

Quella di quel giorno era la trentesima uscita e fino ad allora non avevo avuto l’opportunità di effettuare il prelievo.

In tutte quelle ore di attesa e di osservazione ho avuto modo di osservare un’infinità di altri selvatici: ho visto numerosi colombacci in pastura sul campo di cereali lasciato a perdere a scopo di foraggiamento; ho assistito al regolare passaggio di una mandria di cinghiali costituita da tre femmine e da otto piccoli di diversa età e grandezza – di cui uno soltanto striato – che transitavano, senza troppo riguardo per le colture, all’alba e al tramonto, sempre alla stessa ora, sul terreno che offriva loro ristoro; ho osservato un coppia di lepri brucare tranquillamente l’erbetta rada, retaggio di quest’estate asciutta, per quasi un’ora a pochi metri di distanza dalla mia postazione e andarsene alla chetichella al sopraggiungere di un esemplare maschio di lupo appenninico, che si è defilato furtivamente al limitare del bosco; ho visto rincorrersi e giocare una coppia di volpi allo spuntare dell’aurora…

Quella sera erano sbucati dal fitto della vegetazione una femmina adulta e un piccolo di capriolo che si attardavano a bordo macchia a brucare i germogli della vegetazione in ricrescita dopo le recenti piogge intense mentre io li osservavo con il binocolo con atteggiamento distaccato, quasi rassegnato a concludere ancora una volta senza esito altre due ore di attesa quando, dall’angolo alto del campo, ho visto il biancheggiare di un palco in contrasto con il grigio scuro della vegetazione boschiva.

Finalmente l’occasione tanto attesa era arrivata. Bisognava ora agire con calma e lasciare che gli eventi maturassero con il ritmo che la sorte avrebbe deciso.

Il soggetto era un maschio adulto che nel frattempo si stava spostando verso la parte più aperta del campo, sulla stoppia, intento a brucare: era distante 160 metri.

La mia ex ordinanza svizzera Schmidt&Rubin 7,5×55 era armata con una palla Ornix da 160 grani ed era tarata a 200 metri, lo Zeiss regolato sulla focale 12×50 rendeva la scena molto nitida.

Ho aspettato che il capriolo si mettesse bene a bandiera rispetto alla traiettoria di tiro, ho mirato alla spalla destra e ho lascito partire il colpo…

Il selvatico è caduto per poi subito rialzarsi, ha percorso un tratto di campo di circa 30 metri, si è accasciato dimostrando di essere stato colpito nella regione toracica, si è quindi rialzato, ha percorso qualche metro per poi accasciarsi di nuovo vicino a una siepe.

Vedevo bene il palco e la massa dell’animale e ritenendolo morto non ho pensato di indirizzargli il secondo colpo che nel frattempo avevo messo in canna.

Dopo qualche minuto, visto che il tramonto stava cedendo il passo alla sera, mi sono portato sul punto in cui lo avevo visto accasciarsi, ma con sommo disappunto ho dovuto constatare che non c’era traccia del capo che ritenevo di aver abbattuto.

Ho cercato nei dintorni, ho illuminato con la torcia ogni cespuglio, mi sono portato per qualche metro nel bosco… niente: sparito!

Non ho ceduto alla tentazione di portarmi sull’anschuss – il punto in cui la palla ha colpito il capo da prelevare – stante l’evidenza dell’impatto, per non inquinare con il mio calpestio eventuali tracce biologiche, considerato anche che il buio avrebbe reso questa operazione quanto mai difficoltosa e mi sono determinato a richiedere l’intervento di un “recuperatore”.

A questo punto le ansie iniziali sono progressivamente aumentate in funzione delle procedure mai prima sperimentate.

Ho contattato i due vice presidenti del mio Distretto chiedendo loro di darmi il recapito telefonico di un cacciatore abilitato al recupero di ungulati feriti, ma entrambi non sono stati immediatamente in grado di soddisfare la mia “disperata” richiesta.

Mentre facevo ritorno a casa mi ha chiamato il “Vice” Giuliano Partenzi, dandomi il numero di cellulare di Luciano Petrini; più tardi l’altro “Vice”, Gianni Pantaleoni, mi ha a sua volta fornito il cellulare di Alfredo Argenio, coordinatore regionale del Gruppo recuperatori dei cani da traccia instituito dall’URCA dell’Umbria.

Contatto il sig. Petrini preoccupato di disturbare, data l’ora ormai tarda, e con un certo senso di vergogna dovuto alla mia inadeguatezza di tiratore. Mi risponde una voce disponibile che mi rassicura e mi garantisce l’intervento di recupero previa intesa con il coordinamento regionale dell’URCA; pochi minuti dopo c’è la conferma a cui seguono gli accordi sul luogo e sull’ora dell’appuntamento per la mattina successiva.

La notte non passava mai: il pensiero di aver compromesso un’operazione disciplinata da regole precise con un comportamento dilettantistico non mi dava pace.

La mattina, di buon’ora, all’appuntamento arriva Luciano Petrini accompagnato dal suo segugio da montagna bavarese di nome Ari, di quattro anni, esperto non solo sul terreno ma anche nelle prove riconosciute dall’ENCI in una delle quali ha conseguito recentemente un CAC, accompagnato dallo stesso Argenio. Divento ancora più piccolo al cospetto di costoro che, anche nell’abbigliamento, esprimono competenza e professionalità…

Raggiungiamo il posto, che viene apprezzato per come è allestito e per le caratteristiche ambientali, e – con la massima concentrazione – vengono effettuate le operazioni preliminari: si assicura la lunga al collare di ARI, ci si porta sull’anschuss e si inizia la fase di cerca.

All’inizio ho l’impressione che il cane ispezioni il terreno senza rilevare sufficienti indizi per intraprendere un percorso che, mi aspetto, si dipani immediatamente lungo il tratto che ho visto percorrere al capriolo la sera prima. Invece tutto sembra fermo su quei pochi metri che vengono indagati con pazienza certosina dal cane e dal conduttore mentre Alfredo mi spiega che questa è la fase che permette all’ausiliare di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda delle emanazioni del capriolo ferito.

Poco tempo dopo vengono rilevate delle tracce di pelo chiaro e qualche macchia ematica visibile solo per l’occhio esperto.

Alfredo mi dice che la presenza di peli sul tiro è un segno molto importante, forse il più indicativo. Infatti quando il selvatico viene toccato dalla palla, sul terreno, il pelo c’è sempre a differenza degli altri reperti che potrebbero mancare. La palla entrando ed uscendo taglia i peli a diverse altezze: perciò se troviamo peli recisi possiamo dedurre che l’animale è stato colpito.

Improvvisamente Ari si avvia con prudenza, ma con decisione, lungo un percorso invisibile che si dipana lungo una tratta a me nota e che si protrae, con mio sommo disappunto, all’interno del bosco lasciando intendere una lunga fatica da sostenere in cambio di un esito… incerto.

Ancora una goccia di sangue su di un ramoscello posto di traverso al sentiero… e si va avanti… cane e conduttore non lasciano trapelare altra emozione se non la determinazione con cui sono attaccati al terreno, il primo col naso il secondo all’altra estremità della lunga.

Una sosta: c’è un covo con evidenti tracce di sangue: un letto. Si segnala il sito conficcando un rametto guarnito con una fascetta di carta.

Si riprende a seguire Ari che prosegue in modo flemmatico e metodico.

Ari valica un colletto quasi privo di sottobosco, si avvicina ad un tratto di macchia fittissima, quasi impenetrabile, scodinzola vistosamente, si arresta, guarda a Luciano e ritorna verso lo stesso punto del bosco. Segue immediatamente l’annuncio di avvistamento del capriolo accovacciato e ancora in vita.

Il rumore secco del colpo di grazia assestato con perizia da Luciano con la corta carabina viene quasi completamente assorbito dalla vegetazione boschiva circostante.

La gioia per aver portato a termine una difficile operazione di recupero ci invade improvvisamente e, con pudore e commozione, ci stringiamo le mani e tiriamo finalmente un sospiro di sollievo.

Peccato non poterci avvicinare al bravissimo Ari, che in questa fase particolare cerca e ottiene i meritati complimenti esclusivamente dal suo conduttore, che scioglie la fredda condotta fino ad ora seguita per esplodere in entusiastiche manifestazioni di apprezzamento e di riconoscenza.

Si esamina la spoglia. Il colpo iniziale aveva provocato la rottura delle ossa della zampa anteriore destra poco sotto la spalla e lacerato lo sterno: basso di qualche centimetro. Forse la palla è esplosa al primo contatto con l’osso senza penetrare nel corpo, ma ormai non serve a nulla recriminare, si applica la fascetta n. 02741, si offre l’ultimo pasto, si rinnovano i complimenti e i ringraziamenti e si affronta il tragitto di ritorno (circa ottocento metri) con il capo recuperato sulle spalle.

Il lavoro di tracciamento e di recupero del capo ferito si è concluso in meno di un’ora: veramente straordinario!

Una fatica – quella del trasporto – da me sopportata serenamente come espiazione di una colpa che porta a conquistare più alti stati di grazia.

L’unico risarcimento che sono riuscito a far accettare ai miei amici recuperatori è stato quello di una gradevole cenetta che ci ha visto passare insieme un altro paio d’ore due giorni fa in un ristorantino tipico di Spello!

Ho voluto fare la cronaca di questa vicenda non solo per evidenziare la bravura e la disponibilità di Ari, Luciano ed Alfredo, ma per rivivere un’esperienza per me unica ed illuminante.

Il fatto dimostra quanto le teorie abbiano sempre bisogno di trovare conferma nell’esperienza pratica! Le mie inossidabili convinzioni di principio in materia di recupero di ungulati quanto erano in debito all’esperienza pratica fatta di disponibilità, sacrificio, competenza, senso dell’amicizia, altissimi valori etici, responsabilità riguardo all’intero patrimonio specifico!

Improvvisamente sono tornati alla mente e apparsi sotto una luce diversa, più chiara, le parole pronunciate in tante diverse occasioni dal Presidente regionale dell’URCA Giuliano Sorbaioli il quale, da quando lo conosco, ama trattare gli ungulati come creature da conoscere profondamente, da gestire con oculatezza perché possano continuare ad essere elementi in armonia con l’ambiente e con le regole che lo governano, da apprezzare anche per la grande potenzialità che rappresentano per l’economia e per l’alimentazione umana, da prelevare attraverso forme di caccia basate su metodi scientifici da estendere anche al prelievo di altre specie al fine di garantirne la sopravvivenza in quanto patrimonio da lasciare in eredità e non da sperperare sulla spinta di insani egoismi.

Grazie a questi convincimenti e alle sollecitazioni dell’URCA, l’associazione che organizza i cacciatori di ungulati, che in Umbria operano circa 15 recuperatori con propri ausiliari e che esercitano questa funzione di pubblico interesse sulla base di un regolamento approvato dalla Regione.

È auspicabile che il numero dei recuperatori accreditati nella nostra Regione aumenti ancora per soddisfare le esigenze di questo tipo di caccia e per evitare che preziosi capi di selvaggina vengano meno al loro utilizzo più appropriato.

L’azione di recupero di un ungulato ferito per cause artificiali (venatorie o extravenatorie come succede nel caso degli investimenti automobilistici), non è un’azione di caccia, ma un servizio di gestione faunistica che prescinde dai limiti posti dal calendario venatorio e dalla rigida delimitazione degli istituti di gestione pubblici e privati, pertanto chi si dedica a quest’attività tiene sempre ben presente il principio che, oltre alle norme che regolano tale attività, c’è sempre un’etica da rispettare.

È necessario far sapere ai cacciatori, ma anche a tutti gli altri cittadini, che per ottenere l’autorizzazione a svolgere l’attività di recupero occorre superare un esame d’abilitazione che prevede la conoscenza delle specie selvatiche, delle tecniche di conduzione del cane da traccia, del corretto uso delle armi, della normativa vigente in materia nonché conseguire, e rinnovare periodicamente, l’abilitazione dell’ausiliare in una specifica prova di lavoro per cani da traccia.

Ma come hanno avuto modo di dimostrarmi “sul campo” Alfredo e Luciano, per la formazione di un conduttore tutto questo non basta: occorre che le infinite nozioni teoriche di cui tutti noi siamo infarciti siano cementate da un rigoroso codice comportamentale in grado di conferire una specifica connotazione etica alla figura del recuperatore, in difetto della quale qualsiasi legge, per quanto perfetta essa sia, rischia di naufragare sui paludosi lidi delle buone intenzioni.

Il cacciatore in generale, e quello di selezione in particolare, deve essere sempre cosciente delle proprie responsabilità verso un capitale naturale da trasmettere alle future generazioni, deve rispettare la legislazione sulla corretta gestione della fauna, non solo per timore delle sanzioni, ma soprattutto per rispetto delle immutabili regole della vita biologica e riservare sempre il massimo riguardo alla fauna selvatica.

Il cane da traccia, educato ad un mirato controllo delle proprie passioni attraverso tecniche raffinate ed un sistema affettuoso di addestramento, viene quindi in aiuto all’uomo nella pratica di bene amministrare e conservare il patrimonio faunistico riservando ai privilegiati come me l’emozione di ritrovare un bene creduto perduto per sempre! (Ezio Bordoni)

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