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Umberto Zamboni

IL “VECCHIO” CACCIATORE – CONSIDERAZIONI SULLA SOCIALITÀ NEL MONDO VENATORIO IN EPOCA DI COVID -19

Riceviamo da Umberto Zamboni, appassionato cacciatore, biologo forestale, già dirigente dell’Associazione Cacciatori Trentini, questa riflessione che riteniamo meritevole di essere condivisa con i nostri lettori. La “collocazione geografica” dei riferimenti non ne limita infatti l’universalità. Buona lettura.  

Mai come in queste ultime Feste Pasquali a causa o merito (secondo l’interpretazione che ognuno ritiene più appropriata…) di questa lunga quarantena sono circolate sui “social” una esagerata quantità di messaggi augurali, cartoline, video di animazione o vignette che sicuramente sono indice e rappresentazione della genialità e creatività del popolo Italiano. Anche i cacciatori, amici e conoscenti, sono stati una parte attiva e molto presente, con bellissime immagini di cinofilia di animali e paesaggi che evocano i momenti più belli della caccia che tanto mancano anche in questo periodo di chiusura. Tra le tante arrivate, una ha attirato l’attenzione e ha dato origine alla riflessione che espongo.

Una foto di provenienza d’oltre Alpe di un cacciatore (appariva tale dalla “divisa”, non da armi o prede) della terza età – come eufemisticamente si dice al posto di vecchio – in una baita di montagna, sereno e sorridente solo per il fatto di essere lì, con una scritta: “Die jagd ist freude” ovvero “La caccia è gioia”.

In realtà la traduzione del vocabolo tedesco, come tanti altri riferiti a elementi emotivi e immateriali ricorrenti nel gergo venatorio, a esempio “stimmung” o “heimat” è limitativa.

Forse per l’immagine del cacciatore riportata, potrebbe essere appropriata: serenità, benessere, essere in pace con se stessi e con il mondo.

Questo è anche il motto ricorrente, il “must” nella comunicazione, di un grande personaggio venatorio, Walter Brunner, presidente dei cacciatori della Carinzia e presidente dell’AGJSO (prestigiosa associazione che riunisce i cacciatori delle Alpi centro-orientali da cinquant’anni).

L’immagine sullo schermo dello smartphone, così rassicurante, era in netto contrasto con tutte le notizie tragiche che caratterizzano questa primavera 2020 e scuotono tutto il mondo impreparato e attonito, ma soprattutto con le notizie riferite alle persone anziane tra le quali la mortalità risulta dilagante.

È nei confronti di questi, che la società sta dimostrando gravissime lacune e irresponsabilità. Raccapricciante nella sua tragica crudezza è il discorso del premier svedese che annuncia di non ricoverare gli ultraottantenni e ultrasettantenni con patologie in terapia intensiva in caso di carenza di posti in ospedale!

Così come indegne di una società civile e moderna, sono le immagini delle fosse comuni per i vecchi indigenti morti negli U.S.A.

Ma anche in Italia e nelle case di riposo la situazione degli anziani così come evidenziata da questa pandemia è tutt’altro che rassicurante!

Ma non è solo una questione attuale, anche se ora l’infezione ne ha delineato l’odierna drammaticità di migliaia di morti in completa solitudine. Non si sa quante sono le case di riposo R.S.A. pubbliche e private esistenti, e come gestite, né quante siano le “badanti” regolari o meno, donne dell’Est europeo alle quali vengono affidati!

Nella società del terzo millennio, come più volte richiamato da Papa Francesco, domina la cultura dello “scarto” e i vecchi vengono considerati spesso tali: abbandonati inutili e improduttivi.

Anche per i pochi “fortunati” che riescono ad accedere alle RSA oggi al centro dell’attenzione per la mortalità dei loro ospiti, i costi sono esorbitanti: almeno 5-6 volte l’ammontare di una pensione sociale. In questi giorni fortunatamente si è attivato in maniera diffusa il volontariato per l’assistenza agli anziani che, temo, durerà con tale impegno probabilmente sino alla riapertura della stagione estiva.

Nella cultura e tradizione venatoria – seppure aspetto parziale della vita -, non è però così.

Nel gergo venatorio è ricorrente e usato in senso meritorio, il termine “vecchio cacciatore” che assume un significato di rispetto, molto diverso del quasi assente “cacciatore vecchio”, aggettivo al quale oggi si assimila il significato di inabile, non più attivo, se non peggio.

In ogni parte d’Italia e in tutte le molteplici forme e pratiche venatorie, dalle cacce collettive a quelle di pochi amici o individuali, vi sono cacciatori ultraottantenni in piena attività, magari ridotta negli spazi, ma ai quali i colleghi più giovani portano rispetto e riservano vantaggi e privilegi.

Anzi viene riconosciuta loro una leadership naturale, derivante dall’età e dalla esperienza indipendentemente dall’abilità e successi venatori.

In questo caso specifico, la gelosia e l’avidità che sono spesso abbinate alla passione venatoria sembrano annullate.

Anche quando la licenza non viene più rinnovata (per vincoli sanitari purtroppo -ritengo- penalizzanti ed eccessivi) la componente venatoria attiva spesso mantiene un legame affettivo con gli ex.

Non serve richiamare o citare esempi al riguardo. Ognuno guardando nel proprio ambito ritengo potrebbe citarne parecchi e molto significativi!

Questo è senz’altro un indicatore sociale e di “qualità della vita” che contraddistingue una società.  Inoltre trovo che il motto “jagd ist freude” citato nella cartolina pasquale, sia profondamente vero e attuale più che mai in questa società globale di uomini soli, ma soprattutto il miglior auspicio per la nostra vecchiaia felice di cacciatori. (Umberto Zamboni)

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