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Franceschetti

“VERBA VOLANT SCULPTURA MANENT”

Poco dopo la prematura e improvvisa scomparsa dello scultore Cesare Rabitti, avevo scritto un piccolo articolo in sua memoria per raccontare e condividere alcuni episodi  “di vita privata” che negli anni precedenti ci avevano casualmente avvicinato, facendomelo davvero apprezzare, per non dire amare, come artista e come uomo.

Il mio pezzo “I sogni di un poeta” era stato così pubblicato all’epoca su “Diana”, “Il Cacciatore Trentino”, “Urca Informa” e via-via altre riviste del settore, ma per comprendere a pieno il valore emotivo che ha, soprattutto per me, questa storia vi invito a leggerlo (nella pagina Racconti del mio sito internet www.StefanoFranceschetti.com)

Facendo un passo indietro “Il poeta sognatore”, come lo chiamavo io, era uno scultore già molto conosciuto nell’ambiente venatorio non solo italiano, ma anche internazionale.

Le teste dei suoi bracchi, le beccacce e tante altre incredibili opere in terracotta e in bronzo sono state davvero desiderate, ammirate e vendute a collezionisti in tutto il mondo.

Ero andato spesso a trovare Cesare nella magia del suo fumoso laboratorio e in particolare, poco prima che mancasse, grazie ai cani che allevavo e a migliaia di fotografie degli stessi, lo stavo aiutando a realizzare la scultura che ancora gli mancava, il terzo setter della sua trilogia: il gordon.

Purtroppo però, nonostante mi avesse invitato per primo a vedere e toccare con mano l’unica opera compiuta (la cosiddetta “Prova d’autore” appunto), non mi ha lasciato il tempo materiale per farlo. Quello che più rimpiango oggi, è proprio il fatto di non essere nemmeno riuscito a commentare insieme a lui il frutto di un così lungo studio e a complimentarmi a dovere per quel fantastico modo di lavorare e di porsi che aveva.

Era un uomo che apparentemente non aveva fretta, pensieroso, sospeso tra la realtà e il sogno. Ancora di più oggi capisco che in fondo faceva bene a non correre, a sognare e a fantasticare il più possibile.

Quando incredulo ho appreso la notizia della sua morte, avvenuta tra l’altro in mezzo alle sue amate opere d’arte, ho avvertito una fitta nello stomaco che mi ha accompagnato per molti giorni. Ho ripensato diverse volte ai nostri incontri su nella chiesetta sconsacrata di Roncrìo e alle tante idee che aveva in cantiere. Ho analizzato e compreso solo a giochi fatti alcune frasi che mi aveva più volte pronunciato, una ricorrente sul fatto che il bronzo avesse una vita di gran lunga superiore a quella di noi umani.

Il racconto che avevo scritto in suo ricordo infatti terminava proprio così:

“…Pochi giorni prima che morisse, la sua ultima telefonata: Ho sempre qui il tuo cane!

Ci aveva lavorato per anni e non sono mai andato a prenderlo, ma chissà forse la storia doveva finire così, con quell’ultimo saluto, quasi per farmi capire che quel gordon, dato o non dato, era davvero il mio.

Il fatto che ora sia in bronzo mi consola …E quando lo cercherò per acquistarlo disperatamente da qualche collezionista, chissà che valore avrà! Chi mai crederà alle

mie parole, poco importa.

Grazie Cesare per aver reso eterno il mio Garcia, so che durerà molto più di noi e delle nostre belle chiacchierate.”

 

Si chiudeva con queste parole, ormai tanti anni fa. Temevo fosse una storia finita quando invece, complice la potenza del web ed un pizzico di poesia, qualche settimana fa ho ricevuto inaspettatamente questo testuale messaggio:

“Buongiorno Sig. Stefano, sono Francesco il figlio dello scultore Cesare Rabitti… Casualmente stavo guardando un po’ di ricordi di mio padre su Google e ho potuto leggere la Sua fantastica memoria e le sue bellissime parole, a dimostrazione che Lei aveva capito e apprezzato mio padre in maniera profonda…

Spero di non sbagliare persona parlandole dei Suoi stupendi setter gordon… se avesse piacere, vorrei farle vedere il cane intero in bronzo con le sue focature tanto sofferte!

Purtroppo l’improvvisa scomparsa del mio papà ha posto uno stop ingiusto alla sua voglia di creare e al suo amore per la caccia e l’arte… Mi ha lasciato tanti bozzetti e alcune sculture che negli anni hanno riscosso un successo inaspettato, come la moltitudine di manifestazioni di affetto, regalate da persone che avevano solo sfiorato l’animo onesto e sincero di mio padre. Le lascio il mio recapito nel caso volesse vedere “il suo cane” e sarei davvero felice se potesse entrare in casa sua per sempre…“

 

Il giorno dopo Francesco è arrivato da me. Non l’avevo mai visto. Dalla macchina impolverata è sceso veloce il piccolo clone di Cesare, stesso sguardo, stesso passo. Mi sono iniziate a tremare le gambe e la voce mentre apriva il bagagliaio della macchina. Ha sforzato i muscoli delle braccia per sollevare un panno da biliardo che avvolgeva dieci e più chili di nerissimo bronzo.

Ha fatto sfilare via la stoffa e l’ha appoggiato sul tavolo del mio salotto. In quel momento ho visto luccicare qualcosa che avevo nascosto nel cuore e che va sicuramente oltre alla bellezza e alla lucentezza dell’oggetto stesso. Un sogno che si realizza, una magia lontana che diventa emozione terrena, tangibile. Ho risentito per un attimo la voce di Cesare e respirato il fumo del suo laboratorio, forse il panno ne era ancora intriso. L’odore della cera, lo spessore della sua arte sopraffina, il talento, sì il suo enorme talento.

Non avevo mai conosciuto Francesco, ripeto, ma ho pensato a quanta voglia avrebbe avuto suo padre di riabbracciarlo e di vedere quella scena che completava un ciclo iniziato da lui, con smisurata passione, molti anni prima. L’ho fatto io, l’ho stretto a me come si fa solo con un figlio e ci siamo commossi insieme.

Mi ha emozionato e mi ha reso felice, ho visto per un attimo rivivere la mano sicura del mio amico scultore, il nasone fiero del mio miglior gordon (che nel frattempo se n’è andato) e riassaporato un periodo davvero intenso ed irripetibile della mia vita.

Ogni volta che ci penso mi commuovo e ogni volta che passo dal salotto faccio una carezza al mio cane in bronzo come se fosse ancora vivo. “E’ vivo, sembra che parli!”, direbbe Cesare!

E’ un pezzo unico e si porta dietro una bella storia: “Il suo posto è qui con te!” ha aggiunto Francesco prima di andarsene. Anche io ne sono convinto, il suo posto doveva essere ed è proprio qui con me, quella storia non era finita.

Vi chiedo scusa se sono andato fuori tema, ma volevo condividere con tutti voi questo pieno di emozioni, volevo farvi conoscere la semplicità di questa favola che ha avuto come protagonisti due belle e magnanime persone alle quali sarò sempre grato.

Stefano Franceschetti

Cesare Rabitti

(Testo e foto di Stefano Franceschetti – www.StefanoFranceschetti.com – Francesco Rabitti risponde al 346-6957564 oppure francescorabitti@alice.it)

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